Secondo il Ministero del Lavoro saranno 4/5 milioni i lavoratori italiani che resteranno legati allo “smart working” almeno 3 giorni a settimana. Il numero, seppur inferiore agli attuali 6-8 milioni di “lavoratori agili” stimati attualmente, resta considerevole, soprattutto se paragonato a quello raccolto nel 2019.
Fino a tale anno, secondo una ricerca dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, il numero massimo di lavoratori da remoto era fissato a ad appena 570 mila persone. Ad essere mutata, oltre al numero, è anche la provenienza di tali lavoratori. Se fino al 2019 lo smart working era un’innovazione quasi totalmente legata al settore privato, oggi anche pubblico i numeri restano molto elevati.
È palese come i numeri sopraccitati di futuri smart workers stiano tuttora “impensierendo” il Ministro Nunzia Catalfo, che sta valutando ogni strada per adeguare le attuali normative (relative alla legge 81/2017). Primo tra gli interessati, ancor più delle aziende, è il Ministero della Pubblica Amministrazione, dove oltre l’80% dei lavoratori ha potuto usufruire dello smart working durante l’emergenza Covid19.
Tra i temi più discussi vi è ovviamente quello legato alla a tutti i rischi che tale mole di lavoro ha comportato, e può continuare a comportare, in ambito di cybersecurity e privacy. Primo responsabile della propria sicurezza resta, infatti, l’azienda, che è tenuta a fornire ai propri lavoratori agili strumenti e formazione adeguati, come previsto dal GDPR.
Sul problema, la Commissione Europea si è espressa elaborando un documento emanato nel mese di luglio 2020. Un piano quinquennale (2020-25) contenente una strategia atta alla creazione di competenze e capacità per garantire un ambiente di sicurezza adeguato alle esigenze future che l’UE dovrà affrontare. Nel documento è posta particolare enfasi sulle minacce informatiche, in continua evoluzione, che attanagliano i settori pubblici e privato in egual modo.
Immancabile un documento redatto anche da parte dell’ENISA, sviluppato come previsto dal mandato nell’EU Cybersecurity Act (https://www.enisa.europa.eu/publications/corporate-documents/a-trusted-and-cyber-secure-europe-enisa-strategy). Finalità di tale documento è quello di innalzare quando più possibile la sicurezza informatica nei Paesi EU attraverso la collaborazione e l’innovazione.
Tra i punti più salienti, vi sono sicuramente:
- La promozione e la collaborazione tra i vari attori interessati ad accrescere le competenze e le conoscenze di cyber-security, favorendo la condivisione di buone pratiche e delle più importanti lezioni apprese;
- La considerazione della cybersecurity come parte integrante di ogni politica nazionale e comunitaria;
- L’ampliamento della cooperazione, che consenta una risposta tempestiva ad attacchi e incidenti informatici, attraverso il consolidamento e l’intensificazione della sinergia tecnico-operativa, politica e strategica tra i principali attori operativi;
- La promozione di un ambiente digitale sicuro in tutta l’Ue, in cui i cittadini possano fidarsi dei prodotti, dei servizi e dei processi ICT attraverso la realizzazione di schemi di certificazione in aree tecnologiche chiave.
Un progetto di estrema importanza, che renderebbe l’Unione Europea e i suoi Stati membri più affidabili, resistenti e reattivi verso qualsiasi minaccia (fisica e virtuale).
